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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Ieri
L’Amministrazione comunale di Catania recentemente si era proposta di coinvolgere le parti sociali, imprenditoriali e professionali nel processo di stesura del piano regolatore della città attraverso il reciproco confronto su una relazione sulle impostazioni generali del piano, che avrebbe dovuto concludere la fase di concertazione già da tempo avviata con esse, in vista della presentazione del piano al consiglio comunale.
L’iniziativa, se da un lato si presentava come un volenteroso tentativo di partecipazione a tale processo, dall’altro ha suscitato notevoli perplessità nelle parti che si volevano coinvolgere.
In quanto al tentativo che ho chiamato “volenteroso”, va detto che l’iniziativa avrebbe potuto sortire effetti positivi, a patto che l’Amministrazione fosse stata disposta ad apportare modifiche al piano già predisposto, ove si fossero riconosciuti validi i rilievi, le osservazioni e i suggerimenti che avrebbero potuto venire fuori dal confronto.
In quanto alle perplessità, va detto che esse apparvero fondate per il fao che l’Amministrazione pretendeva di denominare la sua iniziativa come “concertazione”. Infatti se così fosse stata, essa sarebbe dovuta avvenire prima della predisposizione del piano e non dopo, tra l’altro, poi, su quello che in effetti era solo un documento di principi riformatori del piano.
D’altro canto, onestamente, c’è da chiedersi come sarebbe stato possibile fare altrimenti con la legislazione vigente, visto che non è possibile esaminare il piano nella sua interezza prima che esso sia presentato al consiglio comunale. E c’è da chiedersi anche come sarebbe stato possibile “concertare” con le forze sociali e professionali il piano durante la sua redazione, affidata ad un team di progettisti che hanno agito su linee indicate dall’Amministrazione nei documenti programmatici (direttive, schema di massima, etc.) già emanati o su linee successive che sono venute fuori in itinere.
È chiaro, perciò, che, allo stato attuale, non aveva senso di parlare di “concertazione” se non ex post, anche se, a mio parere, non si tratta di “concertazione” ma, più correttamente, di confronto o parere, più o meno condiviso, con probabili effetti sul piano già predisposto.
Oggi
Oggi, a piano consegnato al Consiglio Comunale per la sua adozione, è possibile “concertare” qualcosa con le forze sociali, imprenditoriali, professionali per renderlo meglio condiviso?
Se per “concertazione” si vuole intendere confronto, pareri, suggerimenti, e così via, la cosa appare fattibile, anche se, personalmente, continuo a ritenere che la vera concertazione va fatta ex ante e, soprattutto, in itinere. Ma abbiamo già notato che quest’ultima è impossibile attuarla con la legislazione vigente.
In quanto a quella ex ante, va però notato che in effetti essa c’è stata e il suo risultato appare nel documento delle direttive che il Consiglio Comunale si è dato prima di dare inizio al processo di pianificazione, documento che ha raccolto tutte le indicazioni venute proprio da tali forze, oltre a tutte quelle portate da enti, associazioni, cittadini.
Per cui, non solo è possibile, ma è auspicabile, che adesso si avvii questo tipo di concertazione, anche se ex post, che dovrebbe vertere, non tanto sugli aspetti tecnico-urbanistici del piano, quanto, soprattutto, sulla verifica della adesione del piano ai principi dettati dal documento programmatico costituito dalle direttive del Consiglio Comunale.
Si tratta, in ultima analisi, di effettuare un confronto corretto tra Amministrazione e forze sociali, imprenditoriali e professionali che aiuti il dibattito squisitamente politico che andrà a farsi nel Consiglio Comunale sui temi del piano, sui suoi obiettivi e sulle sue strategie, confronto che dovrebbe portare ad eventuali suggerimenti migliorativi del piano.
Domani
Chiarita la portata del tipo di concertazione possibile per il PRG catanese, il discorso va ripreso nella prospettiva di attuare questo tipo di azione, ormai ritenuto indispensabile per una corretta e democratica pianificazione.
Si può, infatti definire la “concertazione”, come un metodo di vera e propria partecipazione democratica alle scelte condivise.
Esso, però, presuppone un substrato di cultura e di formazione politica e tecnica che stenta ancora, almeno in Sicilia, a svilupparsi e maturare, anche se, doverosamente, va detto che si vedono segnali incoraggianti in questo senso.
L’esigenza, infatti, di adeguare le politiche territoriali, locali e regionali, alle direttive e alle prescrizioni europee in sede di attingimento alle cospicue risorse per lo sviluppo, sta cominciando a far maturare le istituzioni pubbliche e tutta la gamma di operatori privati verso strategie e tattiche operative, fondate proprio sulla “concertazione”, che impongono modi innovativi di progettazione e di concezione degli interventi sul territorio.
POR, PIT, PUT, PRUSS, Contratti di quartiere, GAL dei programmi LEADER, e così via, stanno cominciando ad abituare la classe politica, sociale e imprenditoriale, assieme a quella professionale, a “concertare” iniziative e progetti, in percorsi innovativi nella cultura e nel modo di confrontarsi che fanno bene sperare per il domani.
Ma in questo domani sarà possibile “concertare” un piano regolatore secondo una legislazione, nazionale e regionale, che prenda atto del mutamento di indirizzo culturale e tecnico della pianificazione?
In Sicilia, su questo tema, c’è una grossa novità. L’Assessorato regionale del territorio e ambiente ha emesso recentemente le “linee guida per la riforma urbanistica regionale”, documento importantissimo che pone le basi per una riforma, ormai improcrastinabile, sia per l’imminente legge quadro nazionale che delegherà alle legislazioni regionali tutto un complesso di incombenze prima assegnate alla legge nazionale, sia per “eliminare nella legislazione regionale una serie di norme che inutilmente appesantiscono il quadro normativo, facendolo diventare un insieme di costrizioni, obblighi, etc., che costituiscono una concezione della pianificazione di tipo aprioristico, senza lasciare spazio perciò al progetto di piano, alla sua ideazione e immaginazione”.
Il documento stabilisce, tra i principi generali di governo del territorio, quello della partecipazione e quello della concertazione.[1]
La partecipazione, per ogni livello di pianificazione, deve garantire “una procedura che consenta a tutti i cittadini, singoli o facenti parte di associazioni di interesse collettivo di partecipare al processo decisionale di piano con propri contributi.”.
La concertazione “regola i rapporti tra gli enti territoriali e l’ente di pianificazione, dando priorità all’interesse collettivo.”.
Come si vede, la Regione finalmente vuole adeguare la propria legislazione urbanistica agli stessi principi che oggi governano i progetti di sviluppo di matrice europea che vanno ad incidere sul territorio e che spesso si arenano dinanzi a strumenti urbanistici inadeguati, per non dire a volte addirittura assenti. Quanti Comuni dell’Isola sono ancora senza piano regolatore? Una recente inchiesta regionale ne enumera almeno la metà.
Tra l’altro, va notato, viene chiarita la differenza tra “partecipazione” e “concertazione”, di cui la prima assume un carattere totalmente innovativo, almeno per la Sicilia , e che dovrebbe portare a forme di partecipazione democratica alla formazione dei piani urbanistici non ancora sperimentate ma certamente suggestive nella loro delineazione.
Non solo, ma il principio della partecipazione assume anche un’importantissima valenza normativa per la sua obbligatorietà. Il documento, infatti afferma: “La procedura partecipativa deve essere un preciso contenuto dello strumento stesso … Il mancato adempimento di tali procedure interrompe l’iter amministrativo del piano.”
In quanto alla concertazione viene riaffermato il principio del rapporto e del confronto tra “enti territoriali” ed “ente di pianificazione”, dove tra i primi si possono senz’altro comprendere le forze sociali, imprenditoriali e professionali, e che, logicamente, verteranno prima sui principi generali dei piani e poi sul controllo del risultato.
In altri termini la concertazione dovrà essere sia ex ante, sia ex post, sia anche in itinere, se vorrà avere risultati positivi sull’espressamente richiamato interesse collettivo.
E … dopodomani?
Perché parlare di dopodomani, se il tema dell’oggi è il PRG di Catania e la concertazione, vera o presunta?
Anzitutto, tolto l’ostacolo della concertazione ex ante, che può assimilarsi ai contributi da ogni parte dati al Consiglio Comunale per stilare la direttive per la redazione del piano, non ci resta che proiettare la nostra vista, non solo verso l’orizzonte prossimo (il domani), in quanto esso è già delineato dalle pratiche europee di cui si è detto e dalle linee guida per la riforma delle legge urbanistica regionale, ma verso un orizzonte ancora più lontano, che, peraltro, è stato raggiunto, con notevoli risultati, in altri luoghi e paesi.
Si tratta di una forma ancor più avanzata di pianificazione che non produce decisioni conclusive, peraltro improbabili nell’attuale presa di coscienza della imprevedibilità degli eventi, ma viene esercitata nei modi con cui le decisioni vengono “democraticamente prese nel fluire del tempo e degli eventi stessi”[2].
Tale forma di pianificazione è stata chiamata dal suo autore, John Friedmann, con il suggestivo termine di “pianificazione non euclidea”.
È una pianificazione che alle tre dimensioni fisiche dello spazio aggiunge la dimensione temporale, cioè il tempo reale degli accadimenti quotidiani invece che il tempo futuro immaginato che è precipuo, sia della pianificazione tradizionale, sia di quella più avanzata come la pianificazione strategica.
Queste, infatti, lavorano su scenari futuri alternativi, frutto delle scelte strategiche e degli obiettivi che si vogliono raggiungere, ma pur sempre immaginati e non reali. Mentre i pianificatori, secondo la concezione non euclidea, “saranno sempre più nel pieno delle cose invece che nella aleatorietà delle azioni che la loro pianificazione pretenderebbe dirigere sotto il modello tradizionale” perché cercano costantemente “l’iterazione fronte a fronte con il tempo reale”.
“Questo non significa che sia futile immaginare un tempo futuro, che non serva avere progetti, simulazioni e altri studi sui quali potere o dovere basare le azioni da svolgere negli anni a venire. La preoccupazione per il futuro continuerà a giocare una carta importante nella pianificazione”.
Il punto è un altro. Secondo il nostro autore “l’enfasi della pianificazione non euclidea dovrà porsi nei processi che operano nel tempo attuale o reale, perché i pianificatori possono essere efficaci solo nel presente effimero e comunque senza decidere”.
Si tratta certamente di un’idea che sembra azzardata. Come possono, infatti, i pianificatori essere efficaci senza potere decidere? Qui sta il salto originale di concetto: se, dice l’autore, la pianificazione non euclidea pretende di essere una continua “iterazione fronte a fronte con il tempo reale” e questo tempo è mutevole, è effimero, allora non è possibile prendere decisioni che riguardano il tempo futuro, sconosciuto e imprevedibile.
E allora, che fare, se non si può decidere? Si tratta di introdurre nella pianificazione uno stile nuovo, dove si intrecciano negoziazione, apprendimento sociale, presenza continua, innovazione, conoscenza, azione, retroalimentazione critica, e quant’altro l’autore stesso propone nel dare le caratteristiche del suo modello di pianificazione.
Ne discende la caratteristica eminentemente politica che questa forma di pianificazione assume poiché coinvolge il pianificatore nella stessa attuazione delle strategie e delle tattiche, diversamente dai modelli tradizionali che considerano la pianificazione come pratica effettiva e neutra rispetto ai suoi effetti sociali e politici.
Così come emerge la sua caratteristica negoziale in quanto si persegue la congiunzione della conoscenza esperta, tipica dell’attuale pianificatore, con quella sperimentale, tipica delle persone non specialistiche, cercando diversità di soluzioni e sollecitando la partecipazione e la capacità della gente verso la pratica attiva in un processo di mutuo apprendimento e aiutando la creazione del senso della solidarietà collettiva.
Il modello, infine, si basa sull’apprendimento sociale, diversamente dai modelli tradizionali che orientano la loro attività nella produzione di documenti chiudendosi, di fatto, alla verifica effettiva del pubblico che viene riservata solo agli aspetti formali della pianificazione (pubblicità degli atti, osservazioni ex post, relative deduzioni, etc.).
Il sistema dell’apprendimento sociale, invece, difende e diffonde un processo aperto nel quale giocano la retroalimentazione critica, il procedimento veramente democratico, la diffusione dell’informazione, e, nello stesso tempo, una leadership sicura e coraggiosa che non abbia paura ad ammettere i propri errori, una cultura politica che non vada dietro ai vantaggi immediati, una capacità di indagine e di riconsiderazione delle strategie impiegate, dell’immagine e dei valori assunti.
A ben vedere, il tipo di pianificazione proposto da Friedmann apparirebbe non lontano dal modello strategico che molti Paesi stanno sperimentando con un certo successo e che, per il nostro, costituisce il banco di prova nel quadro della auspicata riforma urbanistica.
Il modello della pianificazione non euclidea aggiunge, però, non poco al modello strategico, innovandolo soprattutto concettualmente nella considerazione del fattore spazio-temporale che travolge e ribalta le stesse pratiche innovative, per non dire di quelle ancora tradizionali.
In quanto alle differenze tra il modello di Friedmann e i modelli attuali, si pensi alla capacità che esso contiene di cogliere efficacemente le forme del tempo mutevole nel loro concorrere agli obiettivi della pianificazione.
Si pensi anche al ruolo politico che assume il pianificatore coinvolto nella stessa attuazione delle strategie e delle tattiche di piano. Lo stesso concetto di negoziazione in esso assume significati diversi e, direi, molto più pregnanti di quelli portati avanti dalla pianificazione strategica.
Nel modello, infatti, la negoziazione viene vista come il risultato dell’unione della conoscenza esperta con quella sperimentale e non codificata, di cui divengono conseguenze dirette sia la partecipazione, sia la ricerca delle diversità di soluzioni, sia, ancora, la creazione del senso di solidarietà collettiva.
Il concetto più innovativo del modello non euclideo sta, però, nell’apprendimento sociale, che costituisce il fulcro attorno a cui ruota la nuova concezione di pianificazione. Si tratta di uno strumento fortemente connotato da una carica educativa e formativa per tutti gli attori della pianificazione. L’informazione diffusa, la retroalimentazione critica, il procedimento democratico, se correttamente e pazientemente perseguiti sono certamente mezzi di promozione e di crescita culturale i cui effetti non possono che essere benefici per la società civile nel suo complesso.
Si è prima accennato che questo modello di pianificazione è già stato applicato con successo in altri Paesi, come il Brasile, la Germania e l’Australia.
Alcuni suoi elementi distintivi sono presenti in Sicilia già in alcune iniziative di matrice europea, come i gruppi di azione locale (GAL) dei progetti LEADER di sviluppo rurale, dove gli attori locali, pubblici e privati, si stanno abituando a colloquiare tra loro con procedure di partecipazione collettiva che sta riproducendo caratteristiche molto vicine a quelle del modello di Friedmann.
Lo stesso vale per i contratti di quartiere, che nascono e si realizzano con processi dove il tempo reale assume un ruolo essenziale per il loro successo, per il coinvolgimento dei soggetti pubblici e privati e della stessa popolazione attraverso le prescrizioni dell’organizzazione permanente della partecipazione collettiva.
Negli esempi citati emerge la caratteristica distintiva della dottrin a di Friedmann che egli riassume nel concetto della conoscenza/azione, nel quale sono presenti tutti gli aspetti prima esposti.
Un concetto ellittico dove dalla conoscenza si passa all’zione e viceversa in un ciclo virtuoso che impegna in maniera interattiva tutti gli attori della pianificazione allo scopo di ottenere piani flessibili e sempre attuali.
Ci si chiede, allora, se non sia il caso di cominciare a pensare ad un tipo di pianificazione che mutui il modello di Friedmann, prima nella cultura politica e tecnica e poi nella legislazione regionale.
Esso darebbe alla Sicilia una primogenitura simile a quella che la Sicilia ha avuto in tempi non remoti per iniziative legislative innovatrici come il piano di sviluppo regionale degli anni ‘90, che restò nei cassetti della giunta regionale, mentre ebbe applicazione in altre regioni, o come l’assistenza tecnica in agricoltura, o ancora l’invenzione dello schema di massima del PRG, e così via.
Non “vale la pena provare”, per usare le stesse parole di Friedmann quando conclude l’esposizione della sua dottrina?
[1] Alle linee guida è seguita, ancor più recentemente, l’emissione del Disegno di Legge dell’Assessore Regionale del Territorio e dell’Ambiente per la riforma urbanistica regionale, dove è inserito i principi della partecipazione e della concertazione.
[2] Le scritte in corsivo sono estratte da: Friedmann J., Pianificazione e dominio pubblico: dalla conoscenza all’azione, 1993, Edizioni Dedalo, Bari.
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Marge convince la città per fare una concert hall, progettata dall'architetto Frank Gehry.

Frank Gehry apprende l'offerta da una lettera mandata da Marge. Nell'immagine si vede Frank Gehry che legge la lettera fuori dalla sua abitazione a L.A.

Foto della casa a L.A. di Frank Gehry
 L'architetto dopo aver accartocciato la lettera mandatagli da Marge, la getta per strada, poi girandosi per caso si rende conto del capolavoro che aveva fatto!!

Le "incredibili" curve per la Walt Disney Concert Hall L.A. (richiestagli dalla famiglia Disney)

Due stralci delle idee per la Concert hall.
Si noti come tutto venga fuori dalla manipolazione di un foglio di carta in un atto di nervosismo!!

Il cartone continua con l'edificazine del progetto, il quale una volta eretto con forma classica (scatolare) con struttura in acciaio, veniva poi presa a colpi di palla d'acciao (della ruspa demolitrice); ricreando così (a caso) le sue curve prese dal semplice atto di accartocciare una cartaccia.
Architettura Contemporanea? o ....
Un ponte, una delle prime costruzioni diaboliche, univa quello che era stato separato dalla natura.
Oggi avere queste preoccupazioni è giusto?
Cos’ è giusto?
L’architettura è giusta?
C’è differenza tra architettura di serie A e B (escludendo quelle fino alla Z, o se si vuole…)?
“Unire” due realtà simili è giusto?
Le esperienze del passato ci possono aiutare a capire cosa è giusto?
Si può storicizzare?
Ci sono degli interessi che possono far fare una cosa non giusta?
Delle volte sui quotidiani o su riviste specializzate capita di imbattersi in storie di progetti, di opere in realizzazione e di fabbriche da ultimare. Nulla di strano fin quando della stessa opera non se ne parla come di un altra “incompiuta”. Il più delle volte le opere in questione si imbattono contro i muri della burocrazia italiana, quei muri che ogni giorno si contrappongono all’esistenza di ogni cittadino residente sul suolo dello stivale, isole comprese. Proveremo a raccontarvi la storia di un piccolo museo progettato da Richard Meier per Roma e con ciò cercare di evitare di annoverare questa opera fra le “incompiute”.
È da più di un anno ormai che la chiesa Dives in Misericordia, progettata dall’architetto Richard Meier e costruita nel quartiere Tor Tre Teste, svolge la sua funzione.
Nell’ambito del programma per le opere del Giubileo del 2000, venne bandito un concorso ad inviti da parte del Vicariato di Roma nel 1995. Vince Richard Meier, già nel 1998 viene posata la prima pietra e in cinque anni si arriva a consacrare l’opera finita.
Il periodo di inizio della storia sul progetto per il museo dell’Ara Pacis può invece essere registrato già dal 1994 quando l’allora sindaco del Comune di Roma, Francesco Rutelli, fresco di investitura, dopo aver ascoltato le valutazioni di alcuni esperti, decise di demolire la vecchia teca progettata da Vittorio Ballio Morpurgo, non più adeguata a contrastare lo smog e le vibrazioni dovute al traffico cittadino. Ritenne di incaricare Meier per la progettazione del nuovo museo augusteo, senza bandire alcun concorso.
Lasciamo immaginare il polverone che si sollevò. In ogni caso per superarlo, Meier decise di regalare il progetto preliminare al Comune di Roma, riservandosi di incassare l’onorario spettante per il progetto esecutivo.
Una volta demolita la vecchia teca, l'Ara Pacis venne imballata e coperta da una struttura da cantiere. Dall’inizio della vicenda alla posa della prima pietra, passano ben sei anni e proprio nell’anno in cui Roma veniva invasa da milioni di giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù, l’allora Sovrintendente ai Beni Archeologici blocca i lavori per permettere delle indagini sul lungotevere e poter scovare un ipotetico porto di approdo settecentesco. Non si trova nulla, il cantiere riapre e i lavori continuano.
Nel contempo al Campidoglio succede Walter Veltroni a Rutelli; il Governo Berlusconi si insedia in Parlamento, il ministro ai Beni Culturali è Giuliano Urbani e sottosegretario è niente poco di meno che Vittorio Sgarbi.
Basti pensare alla combinazione, Roma “Città d’Arte” vs Vittorio Sgarbi, da sempre spinto ad un eccesso al recupero e contrario a tutto ciò che possa essere considerato contemporaneo, per trarne le conseguenze.
Proprio Sgarbi si reca da Meier per proporre un qualsiasi cambiamento al progetto pur che questo fosse variato. Naturalmente per il progetto già martoriato nel corso degli anni da parte dei vari amministratori, non si ritiene necessario alcun cambiamento specialmente di quelli immotivati.
Da qui Vittorio Sgarbi comincia una vera e propria lotta contro il progetto di Meier, che continua ancor dopo le dimissioni coatte del sottosegretario.
C’è da dire che le mani di Sgarbi in questa vicenda sono servite solo a rallentare il processo, proprio perché il cantiere, in Luglio del 2004, si trova ormai in dirittura di arrivo, e a detta dello stesso Meier il museo progettato attorno all’altare celebrante le glorie di Augusto imperatore, aprirà nei primi mesi del 2005.
Vi starete chiedendo perché vi si racconta la storia di un’opera a meno di un anno dal suo completamento e perché questa venga annoverata fra le possibili “incompiute”.
In primis perché il progetto di questa opera nel susseguirsi delle varie amministrazioni, venne sballottato un ufficio all’altro, nonché bloccato, minacciato e dato alle fiamme.
Ma non è tutto. Anche se questa opera è definibile quasi completa in ogni sua parte, si rischia di veder slittata l’apertura solo perché manca la scalinata che ve ne permette l’accesso e per alcuni accorgimenti tecnici necessari ad ovviare ai problemi recanti ad uno degli spigoli dell’edificio dalla vicinanza della strada.
Ironia della sorte, ancor oggi i lavori sono bloccati perché l’appalto relativo all’ultima trance del cantiere, non è stato affidato.
Attualmente non ci resta che raggirare l’opera (probabilmente non sarà eccezionale ma non ci vuol molto per superare la “scatola” del Morpurgo) ricordandoci che il Richard Meier è lo stesso che Manfredo Tafuri definì in “New York Five” (allora in modo profetico), il “Meccanico delle Funzioni”; lo stesso che ricevette nel 1984 il Pritzker Prize; che progettò il Getty Center di Los Angeles; il MACBA di Barcellona; e di recente la chiesa delle “Tre Vele” a Roma.
Per questo non ci riteniamo minati dall’opera in se, ma piuttosto dal procedimento che l’opera ha dovuto subire e da tutto ciò che ripetutamente la minaccia.
Diverse iniziative si sono mosse (fra le quali quella rivolta al Sindaco Veltroni) per velocizzare l’affidamento dell’appalto per l’ultima trance di completamento del lotto, la nostra probabilmente non sarà decisiva sulla vicenda, ma sicuramente avrà raggiunto il suo scopo nel momento in cui ognuno di noi, stufo di queste lungaggini burocratiche, cominci a parlarne.
Link: Il sito ufficiale del Comune di Roma sull’Ara Pacis
L'appello al Sindaco Veltroni su Antithesi
La natura umana è quanto di più semplice e al contempo complesso si possa immaginare. Piena di contraddizioni e di insicurezze, attraverso le quali, la critica e la necessità di comprendere quello che si ha davanti, si manifesta. L'uomo tende a dare spiegazioni a qualsiasi fenomeno, persino a quelli da lu creati, imbattendosi però, a volte, in errori come quello di credere d'aver trovato soluzioni o definizioni su cose che in realtà non possono averne. L’Architettura non ha canoni ne limiti, se non quelli dell’uomo che la crea. Essa non può essere racchiusa in un volumetto che funge da prontuario applicando il quale si fa della “buona Architettura”, così com’è impossibile racchiudere il senso della vita in un testo di saggistica. Bisogna vivere la vita per sapere cos’è, e l’architettura può e deve essere spiegata solo da se stessa, senza intermediari ne traduttori, ma a diretto contatto con l’osservatore, ottenendo una suggestione (più che un’interpretazione) del tutto soggettiva. L’impossibilità di racchiudere in un termine da vocabolario l’essenza dell’Architettura sorge anche dal fatto che essa è pura manifestazione della società nella quale nasce, ne rispecchia i bisogni, le necessità e il livello culturale. E poiché mutevole è la società, anche l’Architettura cambia col passare del tempo. Se nel dopoguerra la necessità di alloggi e di ricostruire fece nascere quel tipo di edifici razionalisti e funzionalisti, oggi la libertà e il livello di consumismo portano ad un altro tipo di opere, catalogate in pile di riviste sempre più patinate, il cui unico scopo sembra solo quello di essere ammirate per il loro estro. Ma chi può negare che anche questa non è architettura? Si mentirebbe a se stessi negando ciò, rifiutando e prendendo le distanze dalla società alla quale si appartiene. Meglio allora vedere tutto come un pretesto per reagire e denunciare “lo stato mercificato dell’arte”, un po’ come Warhol faceva con le “Brillo Boxes”, ma senza la finta e stucchevole maschera di quelli che si sentono senza responsabilità, perché la società la facciamo tutti, nessuno escluso.
Più volte all’interno delle innumerevoli discussioni che si intraprendono negli incontri ArchinLab, ci si imbatte nell’arduo compito di dover giudicare un oggetto architettonico e il più delle volte si arriva a delle conclusioni non certo confortanti, forse perché il nostro sguardo per lo più si posa su oggetti che con l’architettura tengono solo una vaga parentela. Purtroppo accade di trovarsi in difficoltà anche quando gli oggetti in esame hanno una “valenza” più alta; ormai stufi di accettare delle valenze imposte da un sistema alquanto ambiguo, siamo pronti a far sorgere un importante interrogativo.
Tutto ciò che oggi viene spacciato per architettura, è tale ?
Il compito di ArchinLab è quello di creare delle discussioni volte ad indagare sul panorama architettonico contemporaneo, indagare per scovare la vera Arte riuscendo a decidere senza mezzi termini cosa va gettato dalla torre e cosa va salvato.
Indagare nel panorama architettonico ponendosi con spirito critico su ogni oggetto, distaccandosi dalla superficialità che le “letture” sulle belle riviste patinate offrono, piuttosto soffermandosi sull’opera in modo pieno e con ciò capirla a fondo.
In un’epoca in cui le “grandi architetture” vengono conosciute come sfondi di reiterate pubblicità, ci chiediamo e lo facciamo con forza, fino a che punto la nostra architettura è in grado di assolvere alle regole basilari di un oggetto architettonico.
Proprio per questo le azioni di dibattito intraprese all’interno del laboratorio sono volte a radicare una cultura forte del Progetto, partendo proprio dal costruito, componendo l’oggetto architettonico solo dopo averlo sezionato in ogni sua parte.
Per ciò ci chiediamo….
ARCHITETTURA è ?! ……….
La memoria è ridondante: ripete i segni perché la città cominci a esistere. Le città invisibili – Italo Calvino
Da tempo, tuo malgrado, hai constatato di esser entrato in un mondo in cui non sono ammesse pause, in cui le accelerazioni continue portano a velocità stressanti.
Ogni giorno la tua vita si catapulta nella frenesia, il tram tram della quotidianità non permette soste. Le vorresti per dare uno sguardo, per annotare i cambiamenti; attimi di pausa in cui riflettere e soffermarti ad osservare.
Anche se completamente immerso in questo vortice, pochi segni ti restano in mente, annidandosi nella tua memoria danno riparo a dei ricordi. Ricordi di luoghi, di situazioni, di emozioni. Sono questi a scandire i tuoi giorni, sono questi che annotano il tuo passaggio.
Facciamo parte, ormai, di una società che produce segni prescindendo dai luoghi, segni che al tuo sguardo hanno tutti la stessa valenza, oggetti architettonici tendenti all’uniformità.
I ricordi tendono ad abbandonare i luoghi e i luoghi abbandonano i tuoi ricordi.
Se ti dicessero: realizza un sentimento, esprimi il dolore senza enfatizzarlo descrivendo solo quello che stai vivendo di drammatico; cosa risponderesti?
Se ti chiedessi cosa si potrebbe provare in una situazione di disperazione data dalla tua impossibilità di risolvere una sofferenza che non hai chiesto, ma che ti hanno imposto per motivi altri? Se non l’hai provato non puoi rispondere. Potresti capirlo imparando dalle esperienze degli altri, leggendo, guardando, analizzando, ascoltando ciò che qualcuno ha passato per te, traducendolo in libri, pitture, architetture, poesie o solo racconti di chi è segnato dal tempo.
Se riesci a capire, se riesci ad entrare in quelle suggestioni “passate”, se riesci a tirarne fuori un sentimento, capisci che cosa vuol dire quel segno!!

L’esplosione di una granata, uno spazio fruibile, uno sguardo sul mare, mirabile sinergia tra natura, arte e senso del “passato”.
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